Comitato Civico Posillipo
via Posillipo 203, 80123 Napoli

Ambiente e Fauna
via Petrarca 40, 80122 Napoli

Premio "Bruno d'Alessandro"

2011-2012

Migliore lavoro sulla tematica della Protezione e Conservazione del Paesaggio e della Natura

COMUNICATO STAMPA

Con una breve cerimonia - svoltasi l'11 giugno presso il Circolo Nautico Posillipo - si è concluso il concorso "Bruno d'Alessandro', promosso dalle Associazioni "Comitato Civico Posillipo" e "Ambiente e Fauna".

Sono risultati vincitori, in base alle valutazioni espresse dalla Commissione giudicatrice, presieduta dal Prof. Tomaso Montanari, titolare della cattedra di Storia dell'Arte Moderna dell'Università degli Studi "Federico II", e composta da: arch. Isabella Guarini, arch. Francesca Ferretti, avv. Salvatore Impradice, avv. Aldo Franceschini, dott. Bruno Laterza, dott.a Paola Dantonio, i seguenti candidati:

- Giuseppe Cianniello, Facoltà di Giurisprudenza, per un lavoro su "La tutela penale della fauna selvatica nella legislazione italiana. Lacune normative e prospettive di riforma". I premio

- Antonio Evangelista, Facoltà di veterinaria, per un lavoro su "Il tragico percorso di vita degli animali selvatici strappati al loro habitat naturale, Caccia, cattura, trasporto, commercializzazione, ripercussioni sul branco e sull'ecosistema". I premio.

Inoltre, le Associazioni, su proposta della Commissione giudicatrice, tenuto conto dell'impegno mostrato dagli altri partecipanti e dagli spunti pregevoli contenuti nei loro lavori, hanno ritenuto di attribuire un riconoscimento ai candidati:

- Giovanna Russo Krauss, per i! lavoro riservato agli studenti di Architettura "Le piazze di Napoli: stato di conservazione delle piazze storiche rispetto alle leggi di salvaguardia nazionali e internazionali. Confronto con le piazze contemporanee".

- Raffaela Ramundo, per il lavoro sul tema riservato agli studenti di Giurisprudenza.

- Mariangela Montella, per il lavoro sul tema riservato agli studenti dì veterinaria.


LA TUTELA PENALE DELLA FAUNA SELVATICA. LACUNE NORMATIVE E PROSPETTIVE DI RIFORMA

Abstract

di Giuseppe Cianniello

Per lungo tempo la legislazione italiana ha trascurato la necessità di introdurre nel nostro ordinamento giuridico disposizioni normative in difesa della fauna selvatica. Tale considerazione vale anche per quanto riguarda la tutela penale. In effetti, per oltre un secolo, a partire dalla prima codificazione post-unitaria (Codice Zanardelli, 1889), 1'attenzione è stata riservata agli animali c.d. domestici o d'affezione; scelta coerente con la sottostante impostazione valoriale, che vedeva (e, forse, vede ancora oggi) nell'uomo il soggetto in favore del quale è apprestato il presidio penale: una visione in cui la considerazione dell'animale è funzionale agli interessi umani.
Nonostante le modifiche apportate al Codice penale (1993, 2004, 2011), la tutela penale della fauna è rimasta ineluttabilmente condizionata da una perdurante impostazione antropocentrica. Anche con la riforma del 2004, quella più poderosa e innovativa, la scelta assiologica è rimasta immutata: l'intero titolo IX-bis, composto di numerose fattispecie incriminatrici di settore, è condizionato dalla sua dichiarata vocazione a tutelare il sentimento (dell'uomo) per gli animali.
L'analisi dettagliata dei nuovi articoli consente di scorgere una maggiore attenzione del legislatore alle necessità di tutela degli animali, nonché una maggiore severità nella risposta sanzionatoria avverso i fatti di reato che ne ledono l'integrità. Così, grazie all'introduzione degli artt. 544-bis, 544-ter, 544-quater, 544-quinquies, 544-sexies c.p., oggi sono punite tutta una serie di condotte che in passato sfuggivano all'intervento sanzionatorio. Le fattispecie di uccisione di animali, maltrattamento di animali, spettacoli o manifestazioni vietati, divieto di combattimenti tra animali disegnano un'area di tutela senz'altro più ampia. D'altra parte, anche per le ipotesi che già in passato rientravano nell'oggetto della tutela, la trasformazione da mere contravvenzioni in delitto testimonia, evidentemente, una maggiore sensibilità della società nei confronti del mondo animale.
L'ultima riforma (2011), con l'introduzione dell'art. 727-bis c.p., nonostante fosse diretta a specifica tutela della fauna selvatica, presta il fianco a significative osservazioni critiche. Da un lato limita, in modo non condivisibile, la sua sfera di applicazione alle condotte perpetrate ai danni di un numero non trascurabile di esemplari; dall'altro, sembra creare problemi di coordinamento interpretativo con la fattispecie dì uccisione sanzionata dall'art. 544-bis c.p., pregiudicandone l'applicazione proprio con riferimento alla fauna selvatica.
Le norme penali poste a tutela degli animali dovrebbe essere interpretate nel senso di proteggere anche la fauna selvatica, atteso che le ipotesi delittuose di nuovo conio si riferiscono indistintamente a tutti gli animali, ma l'interpretazione concreta risente, inevitabilmente, della scelta di individuare nel sentimento dell'uomo per gli animali il bene giuridico protetto, nonché di recenti interventi normativi fuorvianti. Rischiano, così, ancora oggi, di restare fuori dall'area di tutela una serie di condotte e di situazioni che meriterebbero, invece, di essere adeguatamente sanzionate.

L'art. 727-bis: "Uccisione, distruzione, cattura, prelievo, detenzione di esemplari di specie animali o vegetali selvatiche protette"
"Salvo che il fatto costituisca più grave reato, chiunque, fuori dai casi consentiti, uccide, cattura o detiene esemplari appartenenti ad una specie animale selvatica protetta è punito con l'arresto da uno a sei mesi o con l'ammenda fino a 4.000 euro, salvo i casi in cui l'azione riguardi una quantità trascurabile di tali esemplari e abbia un impatto trascurabile sullo stato di conservazione della specie.
Chiunque, fuori dai casi consentiti, distrugge, preleva o detiene esemplari appartenenti ad una specie vegetale selvatica protetta è punito con l'ammenda fino a 4000 euro, salvo i casi in cui l'azione riguardi una quantità trascurabile di tali esemplari e abbia un impatto trascurabile sullo stato di conservazione della specie".

L'art. 727-bis c.p. è stato introdotto nel codice penale, dal D.Lgs. 7 luglio 2011, n. 121, recante disposizioni di "attuazione della direttiva 2008⁄99⁄CE sulla tutela dell'ambiente, nonché della direttiva 2009⁄123⁄CE, che modifica la direttiva 2005⁄35⁄CE, relativa all'inquinamento provocato dalle navi e all'introduzione di sanzioni per violazioni".
Il testo introduce una nuova contravvenzione che ha ad oggetto specificamente "animali selvatici protetti". Bisogna senz'altro riconoscere un'attenzione che evidentemente mancava in passato, alla tutela della fauna selvatica, ma, nonostante ciò, non ci si può non avvedere degli evidenti limiti che la norma esibisce.
Il bene tutelato dall'art. 727-bis, collocato immediatamente dopo l'art. 727 c.p. - e dunque tra le contravvenzioni concernenti "la polizia amministrativa sociale" e "la polizia dei costumi" -, non è il singolo animale bensì lo stato di conservazione della specie selvatica. Il legislatore dichiara di tutelare lo stato di conservazione di specie protette da uccisioni, catture e prelievi, legittimando però le stesse condotte illecite qualora si tratti di quantità di esemplari "trascurabili" e abbiano, dunque, un impatto trascurabile sulla conservazione della specie.
Tralasciando un'analisi tecnica dell'articolo, balza evidente agli occhi la disparità di trattamento tra la fauna selvatica e gli animali domestici. In effetti, la disposizione in esame soffre di una contraddizione interna con specifico riferimento all'ipotesi di uccisione dell'animale. Sebbene al primo comma sia prevista una clausola di salvezza ("Salvo che il fatto costituisca più grave reato"), che parrebbe lasciare spazio all'applicazione della corrispondente fattispecie delittuosa (art. 544-bis c.p.), l'inciso finale sembra, invece, consentire la condotta incriminata (uccisione) qualora sia commessa in danno di un numero trascurabile di esemplari selvatici, poiché in questo caso il reo non è punibile. Questo articolo sembra ribaltare, almeno con riferimento alla fattispecie introdotta dall'art. 544-bis c.p., tutto quanto abbiamo fin qui detto sulla possibilità di interpretare il termine "animale", contenuto nei nuovi delitti contati dalla legge 189⁄2004, come riferito sia a esemplari domestici che selvatici.
Non solo, il legislatore ritiene che l'uccisione, la detenzione o il prelievo di pochi animali non meriti alcuna sanzione, il che è sintomatico di una scarsa sensibilità verso gli animali selvatici, visti come meri elementi di un insieme.
Questa norma dunque si dimostra forse l'ennesima delusione per chi da anni lotta contro lo sfruttamento degli animali per tutelare la fauna selvatica. L'auspicio è che la Corte di cassazione si esprima dandone un'interpretazione più conforme alla reale tutela degli animali selvatici come esseri viventi aventi diritti.

Bobbio: "Mai come nella nostra epoca sono state messe in discussione le tre fonti principali di disuguaglianza: La classe, la razza ed il sesso. La graduate parificazione delle donne agli uomini, prima nella piccola società familiare e poi nella più grande società civile e politica è uno dei segni più certi dell'inarrestabile cammino del genere umano verso l'uguaglianza. E che dire del nuovo atteggiamento verso gli animali? Dibattiti sempre più frequenti ed estesi, riguardanti la liceità della caccia, i limiti della vivisezione, la protezione di specie animali diventate sempre più rare, il vegetarianesimo, che cosa rappresentano se non avvisaglie di una possibile estensione del principio di uguaglianza al di là addirittura dei confini del genere umano, un'estensione fondata sulla consapevolezza che gli animali sono uguali a noi uomini, per lo meno nella capacità di soffrire? Si capisce che per cogliere a senso di questo grandioso movimento storico occorre alzare la testa dalle schermaglie quotidiane e guardare più in alto e più lontano".

Napoli, 16/04/2012


"Il tragico percorso di vita degli animali selvatici strappati al loro habitat naturale. Caccia, cattura, trasporto, commercializzazione. Ripercussioni sul branco e sull' ecosistema"

Abstract

di Antonio Evangelista

In una società governata dal dio Denaro, questa tesi di ricerca offre la possibilità di riscoprire valori puri come quello del rapporto Uomo-Natura; l'importanza del welfare, dicitura adottata recentemente per indicare un canone ben più affermato quale quello del benessere animale, è sminuita da tutti quegli avvenimenti di cronaca che vedono gli animali come vittime di un essere umano sempre meno scrupoloso. Il supporto mediatico e la realtà del web, infatti, ci propongono quotidianamente le immagini dei nuovi artifici e delle crudeltà, sapientemente escogitate dall'uomo e perpetrate nei confronti degli animali. Storicamente si è osservato, però, che l'attacco multifattoriale e costante all'equilibrio dell'ecosistema mondiale, comporta una serie di risposte sfavorevoli per l'uomo; queste risposte, non sempre immediate, si manifesteranno con incidenza e intensità crescente e daranno alla luce situazioni catastrofiche sempre nuove e sempre più difficili da risolvere: continuare in questo senso, non farà che aggravare le già delicata situazione del pianeta e portarlo, un giorno, all'autodistruzione. La scienza stessa si rende spesso responsabile di crimini efferati contro la natura e, nello specifico, contro creature indifese; cosa ancor più sconcertante è il fatto che tutto ciò si realizza in nome di una corsa al sapere che, volendo ricercare soluzioni a problematiche emergenti (principalmente di ordine medico-sanitario), in realtà si fa solo artefice di ulteriore sofferenza. Esempio eclatante è dato dalle applicazioni della pratica di vivisezione, la cosiddetta scienza nera, che, deliberatamente miete vittime di ogni specie, schernendo il tanto acclamato concetto di benessere animale.
La caccia, seppur considerata legale, ha offerto numerosi spunti di riflessione. È una pratica secolare che, ad oggi, non ha più alcuno scopo di sopravvivenza: se un tempo era una necessità alimentare, adesso è un capriccio di casta che mina alla distruzione di un patrimonio comune. Anzi, per giustificare l'irrazionalità intrinseca dell' "ars venatoria", qualcuno ha aggiunto, addirittura e a buon ragione, che questa può essere ritenuta a pieni meriti una "patologia mentale secondaria": chi possiede la passione per la caccia, infatti, è cosciente di uccidere e, seppur questi voglia difendersi dalla palese verità, basta pensare che in questa attività c'è reale premeditazione, proprio come nell'assassinio, e la caccia senza assassinio sarebbe di per sé una contraddizione.
L'interpretazione della legislazione vigente è stata di grosso ausilio nella formulazione di sentenze critiche nei confronti della caccia, della cattura e della commercializzazione di tutte quelle specie che non sono naturalmente predisposte al contatto con l'uomo e che, invece, vengono spesso illecitamente abusate.
Addentrarsi nel mondo dell''attività venatoria e avvicinarsi ad una mentalità così complessa come quella di un cacciatore, seppur con le opportune precauzioni, ha fatto si che l'argomento potesse essere trattato in maniera più specifica e consapevole: solo chi conosce a fondo un problema può arrogarsi il diritto di intervenire, anche se solo con la denuncia verbale e sempre nei limiti delle proprie possibilità. La ricerca e la promozione di una documentazione visiva mirata, che potrebbe anche offendere la sensibilità della massa, si è dimostrata indispensabile per testimoniare l'altrimenti inimmaginabile grado di sofferenza che queste attività possono comportare per gli animali. Le conoscenze mediche acquisite hanno, infine, consentito di determinare un quadro scientificamente più corretto rispetto a tutte quelle patologie, traumatiche e non, che accompagnano il mondo della caccia, della cattura e del trasporto degli animali: determinate dall'azione incontrollata e devastante dell'uomo, queste patologie sono responsabili dì un tasso dì mortalità animale almeno pari al numero di assassinii contemplati durante la stagione venatoria.
A proposito della caccia sono stati trattati anche argomenti più leggeri, ma pur sempre pertinenti, allo scopo di rendere la lettura più interessante: i cani da caccia, suddivisi per uso e specie, saranno una testimonianza eclatante dell'amore e delta dedizione che spinge loro a mettersi inconsapevolmente al servizio delta causa (sbagliata).
Il panorama italiano è spesso raffrontato con quello europeo, dal quale dipende giuridicamente in taluni casi, e con quello internazionale di cui, nonostante tutto, fa parte; soprattutto la tratta di animali, vivi o come materia prima, è una realtà dalla quale non si è potuto prescindere. Molti Stati vedono coinvolti nei loro traffici commerciali, soprattutto se illeciti, altri Paesi, in quanto l'oggetto del desiderio non sempre è reperibile sul proprio territorio. È questo il fondamento su cui si basano le reti di scambio internazionale: per l'esercente l'importanza è esclusivamente rivolta at denaro, mentre per l'acquirente sarà indirizzata verso la merce ambita; nessuna delle due parti sembra considerare un problema di ordine etico il fatto che, spesso, la merce in questione non può esulare dallo stroncamento di molte vite per esser "prodotta".
Riferimenti alla posizione assunta dagli schieramenti politici in relazione a tutti gli argomenti trattati donano alla tesi un fondo di grande attualità; l'unica inclinazione certa di cui l'elaborato si farà carico e che risulterà costante per l'intero percorso proposto, è legata alla sensibilizzazione in materia di difesa dei diritti animali, indifferentemente dalla fazione politica in grado di garantirla.


Le piazze di Napoli: stato di conservazione delle piazze storiche rispetto alle leggi di salvaguardia nazionali e internazionali (U .N .E .S .C .O .). Confronto con le piazze contemporanee.

di Giovanna Russo Krauss

Lo scritto inizia con una breve introduzione al centro storico di Napoli e al percorso che ha portato la città ad essere inserita dall'U.N.E.S.C.O. nella lista dei Patrimoni Mondiali dell'Umanità. Sono quindi introdotti i criteri che ne hanno decretato l'ammissione e l'esposizione dei principali eventi che dal 1995 ad oggi hanno riguardato la conservazione di tale patrimonio.

Segue la descrizione di sette piazze storiche e quattro contemporanee ricadenti nell'area perimetrata dall'U.N.E.S.C.O, ciascuna, dopo una breve introduzione storica, viene analizzata secondo criteri derivati dagli obbiettivi del Piano di Gestione per il Centro Storico di Napoli. Tali linee strategiche sono: "Conservazione, Tutela e Rivitalizzazione; Produzione, Turismo, Commercio; Trasporti, Infrastrutture e Ambiente; Società civile, Produzione di conoscenza, Ricerca". Per ciascuna piazza sono quindi analizzati: lo stato di conservazione, le emergenze architettoniche, fautrici di cultura, turismo e interrelazioni sociali, le attività commerciali, sintomo di fecondità, le infrastrutture e il traffico, fonte di scambi e determinatrici del modo di fruire gli spazi, l'inquinamento e il verde, indice di salubrità, e infine le attività culturali.

Infine seguono brevi conclusioni su quanto finora è stato fatto per il centro storico e quanto è ancora da fare.

Lì, 16 aprile 2012

Conclusioni

L'analisi delle piazze della città sopra riportata, soprattutto seguendo come parametri di valutazione i criteri del piano di gestione del centro storico, mostra come questi ambienti dalla forte storia siano stati o siano ancora oggi oggetto di imponenti trasformazioni, le quali hanno preso avvio soprattutto da quando tale porzione di città è stata dichiarata patrimonio mondiale dell'umanità. Sebbene mole piazze abbiano negli anni subito la presenza di lunghi cantieri, è chiaro che esse abbiano oggi beneficiato di tali lavori e che la situazione stia andando via via migliorando. Il giudizio complessivo non può che essere positivo per quel che riguarda parametri quali la viabilità e la vitalità culturale, economica e turistica. Mentre si auspica che in futuro siano effettuati lavori che permettano di concedere a chi abita in queste zone densamente edificate, della presenza di verde pubblico in cui giocare, riposarsi e respirare aria pulita.


"La tutela penale della fauna selvatica. Lacune normative e prospettive di riforma"

Abstract

di Raffaela Ramundo

La nostra legislazione penale, al di là del titolo della legge n. 147⁄92, non ha ancora costruito una disciplina normativa organica ed omogenea di tutela penale della fauna selvatica.
La citata legge 157⁄92 ha omesso di considerare la previsione di condotte soggettivamente ed oggettivamente riferite all'art. 628 cod. pen. potendosi configurare altre condotte criminose per l'impossessamento dell'animale prima o dopo l'abbattimento.
L'impianto sanzionatorio di tutela della fauna selvatica è frammentato e privo di un sistema normativo organico in cui l'essere animale sia tutelato in quanto tale, oltre che come patrimonio culturale dell'intera collettività.
Trattasi di reati di natura contravvenzionale, alcuni dei quali puniti con pena alternativa, mentre altri con la sola ammenda. Tale trattamento non spicca per la sua durezza, se si considera che gli unici casi di applicazione congiunta della pena dell'arresto e dell'ammenda sono costituiti dall'abbattimento, cattura o detenzione delle specie a più alto livello di protezione.
Se le sanzioni penali conseguono alla violazione dei modi, limiti e divieti alla caccia posti dagli atti amministrativi regionali, l'illegittimità del provvedimento amministrativo può cagionare la sua disapplicazione incidentale da parte del giudice penale; ne può anche conseguire un errore sul significato normativo dell'atto amministrativo escludendo la punibilità ex art 47 cod. pen.
E' configurabile un concorso tra l'art. 30 legge n. 394⁄91 e l'art 734 cod. pen., qualora con le condotte punite dall'art. 30 o con condotte ulteriori non sanzionate dallo stesso articolo, si ponga in essere una elettiva distruzione o alterazione delle bellezze naturali.
Per la detenzione della fauna selvatica protetta a livello comunitario o ricadente nella convenzione di Washington, la qualificazione giuridica del fatto deve essere ricondotta non già a quella di cui all'art. 21 della legge n. 1157 del 1992, bensì a quella dell'art. 1della legge n. 150 del 1992. L'illecita importazione e detenzione di detti esemplari si riflette sull'obbligatorietà o meno della conosca di cui all'art 4 della legge n. 150 del 1992.
Non sembra ragionevole l'operato del legislatore nel porre fine, con la legge n. 157 del 1992, alla possibilità di punire a titolo di furto chi si impossessa di fauna selvatica in tempi o con modalità non consentite.
Due sono i profili di illegittimità costituzionale degli artt. 1 e 30 legge n. 157 del 1992 : a) l'antinomia tra il principio posto dal primo comma dell'art l della legge sulla caccia, secondo cui la fauna selvatica è patrimonio indisponibile dello Stato e l'espressa previsione di inapplicabilità delle norme penali sul furto, di cui al terzo comma dell'alt 3, contenuta nella stessa legge, con la conseguente disparità di trattamento rispetto all'ipotesi di illecito impossessamento di altri beni inclusi nel patrimonio indisponibile dello Stato; b) la lesione del valore costituzionale deca tutela dell'ambiente naturale, protetto dalla clausola contenuta nel secondo comma dell'art. 9 Costituzione.
Si auspica l'elettiva traslazione del sentimento etico dai limiti della tutela dell'attuale normativa allo sviluppo di una coscienza protezionistica che ne costituisca l'output, riconducendo la protezione della fauna selvatica alla sua fuinzione istituzionale, avendo già il legislatore inteso garantire anche gli interessi della comunità internazionale.
Può dirsi superato il principio della proprietà statale della selvaggina, ispiratore della tutela penale del patrimonio faunistico, dovendo cedere il passo alla volontà legislativa che possa realizzare una più profonda politica ambientale, nel quadro della quale la disciplina dell'attività venatoria possa assurgere a strumento di garanzia dell'equilibrio naturalistico.
La riforma dell'apparato sanzionatorio deve ispirarsi alla salvaguardia della libertà di movimento della selvaggina al fine di punirne l'illegittima apprensione, in sintonia con le più maturate esigenze di tutela del patrimonio faunistico nazionale, compatibile sia con gli interessi internazionali, sia con l'esigenza di preservare la fauna selvatica contro qualsiasi limitazione delle condizioni naturali di sopravvivenza, considerata la stretta appartenenza della tutela penale della fauna selvatica all'ambiente naturale ed al paesaggio, come presupposto essenziale per una tutela più rigorosa rispetto a quella attuale, con il riconoscimento, da parte del legislatore della protezione della fauna selvatica, quale bene ambientale di rilevanza costituzionale.
Circoscrivendo l'area del penalmente rilevante, concernente le modalità e i limiti della caccia, si vincolerebbe il legislatore a prevedere fattispecie criminose dotate di una reale dannosità sodale per le aggressioni alla fauna selvatica, proteggendo l'ambiente naturalistico con norme di tutela più avanzate e non siano il frutto della sola volontà legislativa di perseguire gli scopi propostisi dalia maggioranza politica.
E' ormai ineludibile il riconoscimento legislativo della protezione della fauna selvatica quale bene ambientale, per la suddetta appartenenza all'ambiente naturale e al paesaggio, che nel suo insieme, deve essere inteso come fattore dinamico, come tale da conservare.


Il tragico percorso di vita degli animali selvatici strappati dal loro habitat naturale.

Abstract

di Mariangela Montella

Il focus principale del lavoro è la sensibilizzazione del lettore ad un argomento di estrema attualità che troppo spesso giace nei titoli di coda di qualche servizio di costume. La cattività degli animali selvatici, che risiedono nei giardini zoologici, nei circhi, delfinari o acquari è frutto di un viaggio crudele attraverso maltrattamenti, sofferenze e morte.
E' stato presentato un quadro molto chiaro di tutte le metodologie con le quali l'animale viene strappato dal suo ambiente naturale ed è protagonista di una tratta commerciale al termine della quale viene trasportato, dopo un lunghissimo viaggio, nei maggiori centri cittadini ed esibito come un trofeo alla mercé della maniacale curiosità e dei capricci dell'uomo moderno.
Si ignora a tutt'oggi l'equilibrio dinamico che lega indissolubilmente le creature all'ambiente naturale che le circonda ed è proprio su questo punto che il lavoro si focalizza poiché alla comprensione di un concetto così basilare non può che conseguire un maggiore rispetto per gli ecosistemi e gli esseri viventi che esso ospita, i quali non possono in alcun modo essere ricollocati in altri ambienti per quanto abbelliti e ricostituiti essi possano essere.
Attente ricerche hanno portato alla messa in luce di tutto un mondo sommerso, violento, che esiste solo per accontentare il vezzo dell'uomo: egli preferisce guardare senza sapere, senza porsi troppe domande.
Con il presente lavoro, invece, si vuole far conoscere la realtà dei fatti, esporre con chiarezza e veridicità lo stato attuale. Si è intrapreso questo percorso perché la professione di medico veterinario non solo è curare gli animali domestici ma è educare il pubblico al benessere animale, in tutte le sue forme.
La passione e la dedizione per tale tipologia di lavoro impone di un'etica professionale dalla quale non si può e non si vuole prescindere. In oltre, attraverso questo studio, è stato possibile fare i conti con la propria coscienza, decidendo di no rimanere in silenzio, di sensibilizzare e di far conoscere quale sia il prezzo da pagare per un capriccio del tutto superfluo.
 

PREFAZIONE

Letteralmente il termine "cattività" sta ad indicare "prigionia, schiavitù" ed è proprio questo lo stato in cui versano gli animali catturati dall'uomo e obbligati a vivere fuori dal proprio habitat, in gabbie o recinti.

In tempi recenti si cerca di far accettare l'idea che la detenzione di animali selvatici in strutture che possano ricondurre all'ambiente di provenienza possa garantire la salvaguardia ed educare la popolazione al rispetto per essi.
In realtà negli zoo senza sbarre e negli zoo-safari si ripropone l'inganno di far credere che gli animali siano liberi, e che vivano in una condizione simile a quella naturale.

Anche se, superficialmente, gli animali in cattività sembrano sereni, il loro stress è continuo per la condizione innaturale in cui sono costretti a vivere dal momento della cattura alla morte.

Come altre forme di violenza, nel corso dei secoli, la cattività ha vissuto un incremento notevole a causa dello sviluppo di nuove tecniche di cattura e di trasporto. Molto poco, invece, è cambiato nella sostanza e negli intenti.
Gli zoo, come i circhi, gli acquari e i delfinari, sono dei luoghi nei quali gli animali vengono detenuti ed esibiti a scopi commerciali, oggi come secoli fa.

Costringere un animale in un ambiente limitato, contro la sua natura, può essere considerata una prigionia in quanto l'animale viene sradicato dal suo ambiente e privato della sua libertà.
Ciò è ascrivibile anche per gli animali che nascono direttamente in questo tipo di strutture poiché, se è vero che non sono strappati al loro habitat, esistono degli istinti innati, delle esigenze naturali che si sono sviluppati con l'evoluzione a cui non può rispondere nemmeno la migliore area ricostituita.

Spesso si cerca di giustificare la detenzione con un fine educativo, infatti i maggiori destinatari dei percorsi zoologici sono i bambini. Ciò può avere un doppio effetto negativo: il bambino, avendo l'animale "a portata di mano" non percepisce l'importanza dell'habitat in cui tutti gli animali devono necessariamente risiedere per poter vivere in modo sereno e quindi non apprezza il valore biologico ed ecologico di ogni essere nel contesto generale della natura. In oltre gli animali appaiono "addomesticati" in un ambiente creato per loro dall'uomo e, quindi, in qualche modo sottomessi al vezzo e al capriccio; si incrementa la concezione antropocentrica che ha portato alla distruzione di interi ecosistemi.

È proprio la perdita di interi ecosistemi che ha fatto sorgere un'ulteriore problematica e ha creato una giustificazione alla cattività: gli animali alla stato brado sono stati costretti a fuggire e a restringersi nei piccoli territori rimasti loro a disposizione, aumentando la loro concentrazione di territori i cui governi non sono in grado di gestirla, per tanto essi hanno spesso autorizzato l' "esportazione" o l'abbattimento selettivo del numero in eccedenza, come è avvenuto nel parco nazionale del Kruger in Sud Africa.

Nonostante il macchinoso tentativo di distorcere il concetto di benessere animale, questo non può essere sostituito da un abbellimento scenico, con un arricchimento ambientale che il più delle volte è solo a vantaggio del visitatore, e non può prescindere dalla considerazione dell'animale nel suo ambiente naturale.

La "contestualizzazione" dell'animale d'altronde si studia e viene analizzata anche nella raccolta anamnestica ambientale degli animali da compagnia che spesso sono vittima di comportamenti eccessivamente "umanizzanti" di proprietari ossessivi, nonostante si tratti di specie ormai antropizzate da secoli.

Sono ben noti le ripercussioni cliniche che hanno prolungati periodi di sofferenza anche psichica, in quanto il concetto di stress è ben chiaro nel mondo animale, più di quanto non lo sia, forse, nell'essere umano.
Le cause che inducono maggiormente alla predisposizione alle patologie sono per lo più:

- isolamento fisico;
- isolamento psichico;
- isolamento ambientale;
- sottrazione della prole alle madri (deprivazione);
- formazione di famiglie atipiche;
- distruzione della "famiglia tipo";
- coabitazione costruttiva indesiderata;
- vicinanze costruttive;
- rimozione dell'istinto naturale;
- transfert affettivo dal partner al guardiano;
- privazione territoriale;
- privazione motoria

Con il presente lavoro si è cercato di mettere in luce gli aspetti reali, per quanto crudi possano risultare, della vita degli animali che vengono tenuti sotto il giogo dell'uomo per sensibilizzare i lettori a realtà spesso nascoste e per rispondere alle nostre personali coscienze etiche e professionali.

Vorrei tanto poter dire che un giorno le cose cambieranno. Che non ci sarà il mercato nero dell'avorio, che i circhi saranno tutti senza animali, che gli zoo verranno chiusi donando spazi verdi alle città, che non ci saranno più piatti afrodisiaci a base di testicoli di tigre o pinne di squalo, che le donne non ameranno di più perché riceveranno in regalo una pelliccia di leopardo o una borsetta di coccodrillo...

Purtroppo la crudeltà dell'uomo è paragonabile solo alla sua stupidità.

Sento solo di poter dire di coltivare in noi stessi un senso di rispetto verso la natura. Di amarla e mai sfruttarla. Di non portar i nostri bambini nei circhi o allo zoo. Di denunciare i soprusi, i maltrattamenti, le detenzioni illegali, di non cadere nell'omertà. Personalmente poi ...

"Essendo ammesso alla professione di medico veterinario, giuro solennemente di dedicare me stesso, il mio sapere scientifico e le mie abilità al servizio della società attraverso la protezione della salute animale, alleviando la sofferenza degli animali e salvaguardando il patrimonio faunistico, nonché la salute pubblica. Come obbligo per tutta la vita, giuro sul mio onore d'impegnarmi costantemente nel migliorare il mio sapere e le mie competenze professionali. Praticherò la mia professione con scienza e coscienza, con dignità e con l'osservanza dei principi etici propri della Medicina Veterinaria"


"Comitato Civico Posillipo"
Arch. Isabella Guarini 

"Ambiente e Fauna"

Dott. Bruno Laterza

Il Coordinatore del Premio "Bruno d'Alessandro"
Dott.ssa Paola Dantonio d'Alessandro